Gestione forestale 2026: il bosco cambia, la filiera deve cambiare con lui

Al Forum Foreste di Legambiente ricercatori e imprese descrivono un bosco più veloce di chi lo gestisce. Per Carbon Planet la risposta è una filiera che unisce bosco, legno strutturale e crediti di carbonio.

Più bosco, più pressioni: la fotografia 2026

Le foreste italiane continuano a crescere, ma nel 2026 crescono più in fretta le minacce che le indeboliscono. È la sintesi del report “La Bioeconomia delle foreste 2026” che Legambiente ha presentato il 30 ottobre a Roma al IX Forum Foreste sulla gestione forestale sostenibile, davanti a ricercatori, imprese della filiera e istituzioni.

I numeri raccontano un Paese che ha quasi raddoppiato il proprio patrimonio forestale in cinquant’anni — circa 11 milioni di ettari, oltre un terzo del territorio nazionale — ma che lo gestisce poco e lo difende male. Dal 1° gennaio al 15 ottobre 2026 gli incendi censiti su dati EFFIS/Copernicus sono stati 2.223 (+20,5% sul 2025) e hanno percorso 130.858 ettari, il 36% in più dell’anno precedente, già considerato un anno nero. Oltre un quarto di quella superficie — 37.499 ettari — ricade nella Rete Natura 2000. La Sicilia da sola conta 71.178 ettari bruciati; seguono Calabria, Puglia, Piemonte e Sardegna. Un dato dice più di tutti: la superficie che brucia ogni anno in Italia, oltre 100 mila ettari, supera quella autorizzata al taglio, 72 mila ettari secondo SINFOR 2025. Il fuoco, in altre parole, “utilizza” il bosco italiano più della selvicoltura.

Sul fronte della gestione i progressi ci sono, ma lenti: la pianificazione forestale copre il 21% della superficie boscata (era il 18% nel 2025), la gestione forestale attiva l’11% (dall’8%). Nel frattempo l’Italia importa circa l’80% del legname che consuma e preleva poco più di un terzo dell’incremento annuo, mentre la filiera bosco-legno-energia vale 52,2 miliardi di euro di fatturato (4,3% del manifatturiero), con 62.100 imprese e 292.000 addetti. Da qui le richieste al Governo: entro il 2030 almeno il 25% di superficie certificata, il 50% pianificata e un taglio del 30% delle importazioni di legno.

Il bosco che cambia

Le foreste assorbono ancora una parte rilevante delle nostre emissioni, ma nulla garantisce che continuino a farlo nella stessa misura. È il messaggio che Giorgio Matteucci, presidente della SISEF (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale), ha portato al Forum partendo dal bilancio globale del carbonio. Nel decennio 2013-2022 le attività umane hanno emesso in media 40 miliardi di tonnellate di CO₂ l’anno. Di queste, gli ecosistemi terrestri — foreste in primo luogo — ne hanno riassorbite circa 12,3 (il 31%) e gli oceani 10,4 (il 26%). Il resto, oltre 17 miliardi di tonnellate l’anno, è rimasto in atmosfera.

La mappa FAO del Global Forest Resources Assessment 2025 mostra un’Europa in verde: la copertura forestale cresce, e in Italia cresce di circa 50 mila ettari l’anno, per abbandono delle aree rurali e montane più che per scelta. Ma l’espansione in superficie non dice nulla sulla salute del bosco. Gli indicatori satellitari registrano un aumento della mortalità arborea e un calo della produttività degli ecosistemi; in Europa i disturbi — ondate di calore seguite da attacchi di bostrico — crescono in correlazione con il cambiamento climatico e hanno già prodotto morie estese nelle foreste di conifere centro-europee.

Il dato più scomodo riguarda il futuro. I ricercatori hanno mappato circa un migliaio di aree forestali colpite da disturbi e hanno trovato rinnovazione abbondante per tutte le specie: il bosco si rigenera. Poi si sono chiesti se quella rinnovazione sarà adatta al clima di fine secolo, e la risposta è in larga parte negativa: ciò che oggi ricresce spontaneamente non è ciò che il clima futuro selezionerà. Le specie più adatte sono le latifoglie, mentre le conifere di molte foreste europee sono fuori traiettoria. Le foreste non hanno confini amministrativi e le aree climatiche si spostano più in fretta di quanto gli alberi riescano a migrare.

L’implicazione è netta: lasciare che il bosco “faccia da sé” non garantisce né la tenuta del serbatoio di carbonio né la resilienza dell’ecosistema. L’IPCC indica la riduzione della conversione delle aree naturali e il ripristino degli ecosistemi come leve ideali di mitigazione. 

Non “filiera” ma “filiere”, e un patrimonio in evoluzione

Se Matteucci descrive il cambiamento, Raoul Romano, Direttore Centro Foreste e Legno, ne trae le conseguenze per la politica forestale. La prima è lessicale ma non innocua: la parola “filiera”, al singolare, è superata. Il bosco genera indotti su molti settori — legno da opera, energia, imballaggio, turismo, acqua, protezione del suolo — e vanno pensati come “filiere” al plurale, ciascuna con i propri attori, i propri tempi e la propria economia.

La seconda riguarda il modo in cui il Paese discute di boschi. Il dibattito pubblico è schiacciato su due poli: da una parte chi vuole il bosco intoccabile, un santuario; dall’altra chi lo vede solo come legname da tagliare. Finché il confronto resta su questi due estremi, ha osservato Romano, a farne le spese sono le filiere: nessuno pianifica, nessuno investe, e il bosco resta senza gestione. La categoria giusta è un’altra: la foresta è un patrimonio in continua evoluzione, che sta già reagendo al cambiamento climatico. Nelle Alpi lo si vede nell’avanzata del bosco verso quote più alte; in Toscana, al contrario, intere pinete sono già andate perdute per la cocciniglia. Un ecosistema che cambia non si può congelare: si può solo accompagnare. E l’Italia ne è l’emblema, ha ricordato Romano: castagno e cipresso, due icone del paesaggio nazionale, sono alberi «comparsi» nel nostro territorio in epoca storica. Il paesaggio che oggi vogliamo conservare è a sua volta il frutto di un cambiamento

Da qui la terza conseguenza: la selvicoltura come strumento di prevenzione e di gestione intelligente, che asseconda i processi naturali e, dove serve, li accelera. 

La quarta è economica, ed è il ponte verso il resto del Forum. Fare economia forestale, secondo Romano, significa iniziare a pensare il legno anche come materiale da costruzione, capace di sostituire in molti usi materiali a maggiore intensità energetica: dall’abbattimento al cantiere il percorso del legno è breve e a basso consumo, e se l’obiettivo è ridurre le emissioni questa è una strada che il Paese deve iniziare a percorrere con più convinzione.

Il bosco cambia e deve cambiare anche l’industria

L’intervento di Marco Luchetti, Direttore tecnico della Federazione Filiera Legno, parte dallo stesso punto di Romano e lo porta dentro la fabbrica. L’Italia importa circa l’80% del legno che usa e i motivi sono complessi, non riducibili alla scarsità di bosco. Lo dicono i numeri dell’Osservatorio Edilizia in legno 2026: nel 2025 il Paese ha importato 757 mila metri cubi di lamellare e X-LAM, per 410 milioni di euro, a fronte di 248 mila metri cubi prodotti in 19 stabilimenti. Le importazioni valgono tre volte la capacità produttiva nazionale. E la quota di nuove costruzioni con struttura in legno è ferma al 7,4%, contro il 24,4% della Germania e il 19,1% della Svizzera.

Eppure il settore regge e moltiplica: 2,29 miliardi di euro di produzione diretta nel 2025 (−0,7%, in un mercato delle costruzioni a −1,1%), che attivano 4,77 miliardi lungo la filiera — ogni euro prodotto ne attiva 2,1 — e circa 15.600 posti di lavoro. Il non residenziale (scuole, studentati, RSA) tocca il massimo storico di 865 milioni. Le leve di crescita per il 2026 sono note: la prefabbricazione in stabilimento (off-site), il Piano Casa, i cantieri finanziati dal PNRR, l’edilizia non residenziale, l’export verso Germania, Austria e Svizzera, e l’inserimento del legno strutturale nei prezzari regionali e negli appalti pubblici.

Il cuore del ragionamento di Luchetti è però un altro: il bosco cambia, deve cambiare anche l’industria. Le foreste europee sono ancora per il 73% coetanee, ma la quota disetanea (25%) cresce e il bosco evolve verso strutture più multispecifiche, stratificate ed eterogenee nei diametri e negli assortimenti, anche per effetto del clima e della migrazione delle specie. La risposta sbagliata sarebbe uniformare il bosco alle esigenze dell’industria. Quella giusta è rendere l’industria capace di valorizzare un bosco meno uniforme: la scelta della specie diventa una scelta di politica industriale. Faggio, frassino, betulla, pioppo e rovere hanno punti di forza (disponibilità, resistenza, durabilità) e nodi da sciogliere (qualità variabile, disponibilità sporadica, essiccazione complessa). Ingegneristicamente il modello regge; i costi sono ciò che va reso sostenibile. Il riferimento è il modello bavarese, dove la ricerca su pioppo e betulla coinvolge Bayerische Staatsforsten, TU München e imprese, con il sostegno dei ministeri federale e bavarese. La conclusione è lapidaria: “Politica forestale e politica di filiera non si separano: né nella programmazione, né nello sviluppo tecnico-scientifico“.

La filiera vista da Carbon Planet: una catena di custodia del carbonio

Per Carbon Planet la tesi di Luchetti — che è anche Presidente del nostro Comitato scientifico — non è una posizione tra le altre: è la ragione per cui la società lavora contemporaneamente sulla gestione forestale migliorata (IFM) e sull’edilizia strutturale in legno. Il bosco va visto anche come filiera produttiva, non solo come bosco: serve a proteggere il suolo e a custodire biodiversità e carbonio, ma serve anche a produrre case. E se politica forestale e politica di filiera non si separano, non si separa nemmeno il carbonio: quello che resta in piedi nel bosco e quello che entra in una trave sono due tappe dello stesso ciclo, e vanno misurati come tali.

Il concetto di filiera che proponiamo è dunque una catena di custodia del carbonio, non solo di materiale. Il quadro normativo europeo va già in questa direzione. Il Regolamento UE 2024/3012 sulla certificazione degli assorbimenti di carbonio (CRCF) riconosce come assorbimento di CO₂ sia la gestione forestale — nella categoria del carbon farming — sia lo stoccaggio di carbonio nei prodotti legnosi di lunga durata, almeno 35 anni, a partire da quelli per l’edilizia. Per la prima volta bosco e prodotto rientrano nello stesso quadro normativo, con gli stessi criteri di qualità e la stessa unità di certificazione: i crediti di carbonio che il CRCF chiama “unità di assorbimento”. La Commissione sta scrivendo le metodologie per entrambe le attività. Carbon Planet segue quel percorso dal 2023 insieme a Habitech, e sviluppa progetti IFM proprio perché una filiera che certifica lo stoccaggio ai due capi — nel bosco e nel prodotto — è l’unica che tiene insieme il conto del carbonio.

C’è infine un punto che Matteucci, Romano e Luchetti pongono da tre angolazioni diverse, e che la filiera del carbonio non può eludere. Un bosco che cambia specie e struttura è un bosco la cui capacità di stoccaggio futura è meno prevedibile, e un bosco non gestito è più esposto a incendi e parassiti. Una selvicoltura usata adeguatamente — entro l’incremento corrente, con gestione adattativa e con il carbonio misurato lungo tutta la catena — rende il bosco più resiliente e, allo stesso tempo, mette a disposizione dell’industria nazionale legno tracciato che oggi viene acquistato all’estero. Ridurre progressivamente la dipendenza dalle importazioni e rafforzare il serbatoio forestale non sono obiettivi in conflitto: sono lo stesso obiettivo, visto dai due capi della filiera. È questa la filiera che vorremmo contribuire a costruire da qui al 2040.

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