Human Economic Forum: la sostenibilità sociale come infrastruttura strategica della democrazia

Un luogo in cui interpretare il presente e orientare il futuro

Ieri, a Roma, presso la Camera dei Deputati, si è tenuta la riunione del Consiglio Scientifico dell’Human Economic Forum (HEF), dedicata a un tema ormai centrale nel dibattito contemporaneo: la sostenibilità sociale come strumento di resilienza e deterrenza.

Ho il piacere di far parte di questa organizzazione che, in un’epoca segnata da shock complessi e interconnessi, si propone di ridefinire il ruolo della sostenibilità in ambito sociale, superando una visione tradizionale per affermarla come infrastruttura fondamentale per la stabilità democratica.

Ritengo che, al pari della sostenibilità ambientale – di cui mi occupo come CEO di Carbon Planet – anche la sostenibilità sociale abbia un valore e un’importanza decisivi per il nostro futuro.

Come sottolinea Giammario Battaglia, fondatore dell’Human Economic Forum, è necessario “rimettere il valore dell’umano al centro dell’economia, della governance e dell’innovazione”. Una visione in cui la sostenibilità sociale non è più un costo o un vincolo, ma diventa un asset strategico di sicurezza collettiva.

In un contesto globale sempre più instabile, l’Human Economic Forum si propone come uno spazio di elaborazione strategica capace di connettere: economia e valori; innovazione e responsabilità; governance e fiducia.

La sfida è ambiziosa, ma necessaria: trasformare la sostenibilità sociale da tema accessorio a leva strutturale di resilienza nazionale ed europea.

Il mio intervento ha voluto offrire una riflessione sulle trasformazioni profonde che stanno attraversando la società contemporanea.

Ci troviamo già all’interno di una società radicalmente trasformata dalle tecnologie, caratterizzata da una crescente dimensione individualista e da un riequilibrio dei poteri economici a favore di grandi attori sovranazionali. In questo contesto, la disparità di ricchezza in Occidente non è mai stata così marcata, frutto di una concentrazione estrema del capitale riconducibile sia a una globalizzazione priva di adeguate regole sia all’impatto delle nuove tecnologie.

Uno scenario destinato ad accentuarsi ulteriormente con l’avvento dell’intelligenza artificiale e della robotica, che avranno un impatto strutturale sui modelli produttivi, sul lavoro e sugli equilibri sociali.

Ma il nodo centrale, a mio avviso, è anche culturale e politico.

Oggi sono ancora troppo pochi i luoghi in cui poter interpretare il presente e orientare il futuro. Questa assenza affonda le radici negli ultimi decenni, in cui la società del benessere e del consumismo è stata percepita come un punto di arrivo, quasi “post-storico”. In quel quadro, è venuta meno l’esigenza di costruire nuove visioni teoriche del mondo.

Di fronte alle nuove vulnerabilità, emerge con urgenza la necessità di tornare a pensare e progettare una visione condivisa, per evitare di subire passivamente l’evoluzione della società senza esserne protagonisti.

In questo senso, ritengo che la sostenibilità sociale rappresenti un punto di partenza strategico: una società è sostenibile quando è umanamente inclusiva, quando ogni individuo si percepisce come parte attiva e quando ciascuno riconosce di avere un ruolo nel sistema collettivo.

In conclusione al mio intervento ho suggerito che l’Human Economic Forum debba investire nello sviluppo e nella diffusione di una nuova base culturale e concettuale e, allo stesso tempo, ampliare la propria scala d’azione a livello europeo.

L’Italia, infatti, avendo ceduto parte della propria sovranità – in particolare monetaria – non può incidere da sola sulle grandi dinamiche economiche e di mercato. Per produrre cambiamenti reali è necessario agire in una dimensione europea, capace di incidere sulle regole del sistema.

Altri articoli