Dalla marginalità alla rinascita: i borghi, il bosco e la filiera che l’Italia ha smesso di coltivare

Edilizia in legno e boschi per riattivare una filiera sostenibile

C’è un paradosso che racconta meglio di ogni statistica lo stato del territorio italiano: mentre i nostri borghi si spopolano, il bosco avanza. Non per una politica di rimboschimento, ma per abbandono. Le foreste coprono oggi circa il 38% della superficie nazionale: dal 2020 il bosco occupa più terreno della superficie agricola utilizzata. 

È un dato che dovrebbe interrogarci. Quel bosco cresce spontaneo su prati e pascoli lasciati indietro da chi ha lasciato la montagna, e solo il 18% è oggi dotato di un Piano di Gestione Forestale attivo, mentre appena il 10% è certificato secondo standard di gestione sostenibile (Pefc o Fsc). Il resto è un patrimonio silente, fragile, che non produce reddito né lavoro e aumenta il rischio idrogeologico: nel 2025 gli incendi hanno distrutto 94.000 ettari di foreste, il doppio del 2024, soprattutto in Sicilia, Calabria e Puglia.

Dall’altra parte della stessa medaglia ci sono le aree interne: il 53% dei comuni italiani, il 23% della popolazione, oltre il 60% del territorio nazionale. Sono i luoghi dove, secondo l’Istat, nel prossimo decennio quasi nove comuni su dieci del Mezzogiorno più isolato perderanno abitanti: Calabria, Molise, Basilicata e Sardegna in testa, ma lo spopolamento morde anche le valli alpine di Piemonte e Lombardia. In dodici anni la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) ha mobilitato oltre 1,2 miliardi di euro, con risultati disomogenei: dove turismo, smart working e nuova imprenditoria hanno attecchito, la curva si è invertita; altrove il declino prosegue.

Bosco abbandonato e borghi vuoti non sono due emergenze distinte, ma la stessa emergenza letta da due finestre: quella di un Paese che ha smesso di presidiare montagna e collina interna. Se è la stessa emergenza, può avere la stessa risposta.

Unarchitettura che non consuma, ma recupera

La rinascita dei borghi non passa per nuova cementificazione, ma per un’architettura leggera: recupero del costruito esistente, riuso dei volumi, materiali coerenti con l’identità dei luoghi. Fermare il consumo di suolo, fare della rigenerazione l’unica opzione percorribile, restituire dignità abitativa a ciò che già esiste invece di aggiungere cemento dove non serve. Nei borghi di montagna questo principio trova il suo terreno più naturale, perché il materiale da riuso, spesso, coincide con il materiale che il territorio produce da secoli: il legno.

Cantiere di LignoAlp per Gruppo Triveneta

Due esempi tra le imprese di bioedilizia con cui la mia società è solita collaborare lo mostrano concretamente. Xlam Dolomiti, dopo la tempesta Vaia del 2018, ha costruito a Rovereto l’edificio in legno più alto d’Italia usando anche legname recuperato dagli alberi abbattuti dalla tempesta: il disastro forestale diventato materia da costruzione, non scarto da smaltire. LignoAlp, a Padova, ha riconvertito un vecchio capannone industriale le cui pareti esterne sono state mantenute mentre l’interno è stato ricostruito in legno. 

In entrambi i casi il riuso non è solo il legname recuperato, ma un’idea più ampia: ristrutturare un edificio scegliendo il legno al posto dei materiali di sintesi.

Costruire in legno non è una scelta romantica o di nicchia. È un settore industriale che in Italia genera un fatturato di circa 700 milioni di euro nel solo comparto strutturale, con un turnover complessivo della filiera legno-edilizia che supera i 2,3 miliardi di euro, quarto posto in Europa. Lavorando con i costruttori in bioedilizia si vede con chiarezza cosa significhi costruire in legno: tempi più rapidi, ottime prestazioni sismiche ed energetiche, e una biomassa che continua a immagazzinare carbonio per tutta la vita utile dell’edificio, invece di rilasciarlo come farebbero produzioni ad alta intensità emissiva.

Il problema è che questa filiera, in Italia, si regge su una materia prima che non produciamo. L’80% del fabbisogno nazionale di legno arriva dall’estero, e negli ultimi tre anni il prezzo del tondame è triplicato, da 40 a 120 euro al metro cubo. Segherie e imprese di prima lavorazione sono l’anello più fragile, schiacciate tra costi crescenti e prezzi di vendita che non tengono il passo, aggravate da una proprietà forestale polverizzata in migliaia di piccoli lotti.

Eppure il bosco da cui attingere è lì, un terzo del Paese, in gran parte inutilizzato.

Dal bosco alla filiera: mestieri che tornano, non mestieri nuovi

Riattivare la gestione forestale significa riattivare segherie e carpenterie che il nostro Paese ha progressivamente perso, in favore di importazioni da Austria, Germania, Francia e Nord Europa. Non si tratta di inventare professioni, ma di recuperare mestieri che esistevano nelle nostre valli prima che convenisse importare tutto: boscaioli, segantini, carpentieri, tecnici forestali. Mestieri che diventerebbero green jobs a tutti gli effetti, perché appartengono a una filiera a bassissime, se non negative, emissioni. E sono mestieri che, per loro natura, si esercitano dove il bosco è: nei piccoli comuni di montagna, non nelle periferie urbane.

Qui il cerchio si chiude: ogni segheria che riapre, ogni cantiere che sceglie legname di filiera corta, ogni ettaro di bosco tornato sotto piano di gestione è un presidio contro l’abbandono dei borghi e un’infrastruttura contro il riscaldamento globale.

Il tassello che manca: gli incentivi

È qui che entrano i crediti di carbonio, strumento di cui mi occupo. Il regolamento europeo CRCF (Regolamento UE 2024/3012, dicembre 2024) ha dato all’Europa una cornice comune per certificare rimozioni di carbonio, carbon farming e stoccaggio in prodotti di lunga durata, secondo criteri di addizionalità, permanenza e sostenibilità ambientale. In Italia, il decreto interministeriale del 17 ottobre 2025 ha istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari generati dal settore forestale, affidato al CREA: un passo importante, che dovrà tradursi in una piattaforma operativa nel corso del 2026.

È esattamente in questo spazio normativo, ancora giovane e fase di sviluppo, che Carbon Planet ha scelto di muoversi. Siamo stati la prima piattaforma italiana a portare sul mercato crediti di carbonio generati da costruzioni in legno strutturale con l’ambizione di applicarlo all’intero Paese, non a singoli casi isolati. Non è un percorso semplice: la metodologia europea specifica per certificare lo stoccaggio di carbonio nei prodotti da costruzione bio-based è attesa entro fine 2026; nel frattempo la domanda di crediti di qualità resta un mercato da costruire giorno per giorno, e ogni progetto richiede di allineare proprietari forestali frammentati, imprese di filiera e enti terzi di verifica. Ma crediamo che questa sia la direzione giusta: usare i crediti di carbonio non come compensazione a distanza, ma come accensione di un motore economico che tiene insieme bosco, edilizia e comunità di montagna.

Un laboratorio per il Paese

I borghi e le aree interne non sono un problema da assistere, ma un laboratorio da attivare: sociale e culturale, perché richiamano nuove comunità e restituiscono senso a mestieri e paesaggi che stavamo dimenticando. Il bosco, la più grande infrastruttura verde del nostro Paese, può essere il perno di questa rinascita, se sapremo gestirlo invece di limitarci a osservarlo crescere. Architettura leggera, filiera del legno e crediti di carbonio sono tre ingranaggi dello stesso meccanismo: metterli in moto è una scelta di politica industriale e territoriale che il Paese può ancora fare.

I NUMERI DEL DOSSIER

Il bosco italiano

– Superficie forestale: circa il 38% del territorio nazionale, in gran parte cresciuta su terreni agricoli   e pascoli abbandonati

– Dal 2020 il bosco supera per estensione la superficie agricola utilizzata

– Solo il 18% delle foreste italiane ha un Piano di Gestione Forestale attivo, appena il 10% è certificato (Pefc/Fsc)

– Nel 2025 gli incendi hanno distrutto circa 94.000 ettari di foreste, il doppio del 2024 (Sicilia, Calabria, Puglia le regioni più colpite)

– Confronto UE: circa il 60% delle foreste europee ha piani di gestione, circa il 50% è certificato

Le aree interne

– 53% dei comuni italiani, 23% della popolazione, oltre il 60% del territorio nazionale

– Spopolamento nei comuni interni: Calabria -14%, Molise -13%, Basilicata -12%, Sardegna -11%

– Investimenti SNAI (Strategie Nazionale delle aree Interne) 2014-2025: 1,2 miliardi di euro

La filiera legno

– Prezzo del tondame di abete rosso: da 40 a 120 €/mc in tre anni

– 80% del fabbisogno nazionale di legno coperto da importazioni

Ledilizia in legno

– Fatturato del legno strutturale in edilizia: circa 700 milioni di euro (4° posto UE)

– Turnover complessivo della filiera legno-edilizia: oltre 2,3 miliardi di euro

Il quadro normativo

– Regolamento UE 2024/3012 (CRCF), in vigore da dicembre 2024: cornice europea per certificare rimozioni di carbonio e carbon farming

– Decreto interministeriale 17 ottobre 2025: istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio forestali, gestito dal CREA

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