COP30 in Brasile: tra progressi e criticità

Il Brasile ha ospitato la 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale e garantire condizioni di vita dignitose all’umanità. I Paesi sono stati chiamati a collaborare per accelerare la riduzione delle emissioni di gas climalteranti, rafforzare i finanziamenti internazionali a favore delle politiche climatiche – in particolare a beneficio delle nazioni più vulnerabili – e promuovere una transizione energetica capace di ridurre progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili.

L’accordo raggiunto, denominato Global Mutirão Decision, è stato oggetto di contestazioni da parte di diversi Stati, anche europei, poiché ritenuto debole e poco incisivo rispetto agli obiettivi dichiarati. Nel testo finale, infatti, non è prevista una roadmap per l’eliminazione graduale dell’utilizzo dei combustibili fossili e non viene affrontato il tema della deforestazione.
Tra i risultati conseguiti figurano: il Global Implementation Accelerator, un forum volontario per definire le azioni necessarie a mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 °C; la Belém Mission to 1.5, un tavolo politico per il coordinamento degli sforzi nazionali verso il raggiungimento degli obiettivi climatici; e, soprattutto, l’impegno a triplicare entro il 2035 i finanziamenti destinati ai Paesi già colpiti dagli impatti del cambiamento climatico, considerato l’esito più significativo della conferenza.

Il Commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra ha dichiarato che, pur essendo stati compiuti alcuni passi avanti, si sarebbe potuto ottenere un risultato più ambizioso. Ha inoltre sottolineato come alcuni Paesi produttori di petrolio abbiano ostacolato in modo determinato la definizione di una roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili; ciononostante, i progressi conseguiti dimostrano che molte nazioni condividono la necessità di perseguire gli obiettivi climatici comuni.

L’urgenza di adottare misure efficaci per contrastare il cambiamento climatico appare evidente osservando la situazione italiana dell’ultimo anno. Secondo l’Osservatorio CittàClima di Legambiente, nel 2024 si sono registrati 351 eventi meteorologici estremi, una frequenza tale da rendere sempre meno appropriata la definizione di “eccezionali”.

A livello globale, il 2024 ha segnato un incremento significativo della concentrazione atmosferica di anidride carbonica. L’ultimo bollettino dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale riporta che la CO₂ ha raggiunto le 424 parti per milione, con un aumento di 3,5 ppm rispetto al 2023.
Nel 1960 l’aumento annuo di CO₂ era pari a 0,8 ppm: oggi tale valore risulta più che triplicato, un fenomeno non compatibile con alcuna dinamica naturale nota.

L’aumento delle concentrazioni di CO₂ determina temperature più elevate, periodi di siccità più intensi e una riduzione della capacità delle foreste di assorbire carbonio. Si tratta di un aspetto cruciale: più il clima si riscalda, più diminuisce il potenziale di assorbimento delle foreste. Numerose evidenze indicano che l’Amazzonia, storicamente considerata un importante serbatoio di carbonio, stia ormai emettendo più CO₂ di quanta ne assorba.

Parallelamente cresce anche la concentrazione di altri gas serra molto più potenti della CO₂, come il metano, la cui presenza in atmosfera è quintuplicata negli ultimi dieci anni. Tra le principali fonti ci sono gli allevamenti intensivi e la decomposizione della lettiera forestale, particolarmente significativa nelle foreste europee non adeguatamente gestite.

Anno dopo anno, la situazione climatica diventa sempre più complessa e instabile. Tuttavia, la volontà politica necessaria per raggiungere accordi realmente coraggiosi e vincolanti a tutela del pianeta tarda ancora ad affermarsi con la necessaria determinazione.

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